Il Dow Jones al massimo storico. L’euforia cederà il passo alla depressione? Verso una imminente crisi?

di Attilio Folliero, Caracas 10/10/2007
Il Dow Jones nel 2007 (dalla chiusura del 2006 al 09/10/2007)
Ieri, il Dow Jones, l’indice del NYSE, la borsa di New York ha chiuso la giornata a 14.164,53. Si tratta del massimo storico assoluto per quanto riguarda la chiusura di una giornata borsistica a Wall Street. C’è da dire che l’euforia di New York si trasmette a tutte le altre borse del mondo, anche esse ai massimi storici o molto vicine ai massimi.
Dall’inizio dell’anno la borsa di New York sta guadagnando il 13,65%. Quasi tutte le borse del mondo, con poche eccezioni stanno guadagnado (Vedasi “Andamento delle principali borse del mondo nel 2007“). Alcune stanno facendo fare guadagni stratosferici agli investitori. Basta pensare alla borsa della Mongolia che dall’inizio dell’anno sta crescendo del 471%; anche la borsa cinese di Shenzen (+190%), quella ucraina (+119%), quella del Montenegro (+115%) e quella cinese di Shanghai (+113%) hanno margini di crescita superiori al 100%. Insomma, una euforia generalizzata che ha coinvolto quasi tutte le borse del mondo, con poche eccezioni. Rispetto alla chiusura dello scorso anno, solo dodici borse stanno in terreno negativo, ossia stanno perdendo. La borsa italiana è praticamente stabile: l’indice MIBTEL aveva chiuso il 2006 a 31.892 punti e ieri ha chiuso a 31.925. Sta guadagnando un misero 0,10%; è dunque stabile. Ricordiamo che la borsa italiana, lo scorso 18 maggio ha fatto segnare il suo massimo storico a 34.365, pertanto rispetto a questo dato, oggi sta perdendo il 7,10%. Quindi possiamo dire che la borsa italiana è tra le poche che dopo la sbornia della grande crescita di maggio ha cominciato a scendere.
Anche se il Dow Jones e la maggior parte delle borse del mondo vivono momenti di grande euforia, noi pensiamo che il mondo sta per accingersi a vivere una grave crisi economica, di cui nessuno sembra essere consapevole.
La crisi del 1929
Noi crediamo che il Dow Jones, l’indice della borsa di New York e la maggior parte delle borse del mondo, stiano vivendo momenti di grande euforia, esattamente come alla vigilia della grande crisi del 1929. Il 3 di settembre del 1929 il Dow Jones faceva segnare il suo massimo storico, allora a 381,17. L’euforia era diffusa e nessuno avrebbe mai pensato che di li a poco gli USA si sarebbero trovati a vivere la più grande crisi economica della loro storia e che l’indice della Borsa di New York sarebbe crollato praticamente del 90%. La crisi iniziata nel 1929, come tutti sanno, fu lunga e sfociò nella seconda guerra mondiale.
Per avere una idea della grande crisi del 1929, basta dire che il Dow Jones dopo aver toccato il massimo storico, appunto il 3 di settembre del 1929, iniziò a scendere fino a toccare il fondo a 41.22 punti l’8 luglio del 1932 e per ritornare ai livelli che aveva raggiunto prima della grande crisi dovettero passarse ben 9.212 giorni, ossia 25 anni, 2 mesi e 20 giorni; infatti, solamente il 23 di novembre del 1954 l’indice Dow Jones tornò ai livelli anteriori la crisi del 1929; quel giorno infatti, chiude a 382,74 punti.

Alla vigilia di una nuova grande crisi
Noi crediamo che la grande euforia odierna, molto presto lascerà il posto a una grande depressione. Il mondo si ritoverà immerso in una nuova grave crisi economica.
La borsa o meglio gli indici di borsa sono lo specchio dell’economia e di fatto se confrontiamo storicamente il grafico dell’andamento del PIL e quello dell’indice di borsa di un determinato paese troviamo che hanno la stessa tendenza. Dire “stessa tendenza” non significa dire che l’andamento per i due indici è esattamente lo stesso. Se, per esempio il PIL, l’indice utilizzato per misurare l’andamento dell’economia di un paese, crescesse in un anno del 4%, l’indice di borsa deve crescere approssimativamente allo stesso modo, nel nostro esempio attorno al 4%; se invece crescesse, per esempio del 50% saremmo di fronte ad una crescita sproporzionata, artificiale. Prima o poi, quest’indice cresciuto artificialmente crollerà. E’ quanto ci dice la storia.
Nel grafico 1, riportiamo l’andamento del PIL USA e del Dow Jones alla fine dell’anno, dal 1895 al 2006; nel grafico 2, l’andamento dei due indici dal 1895 al 1954; nel grafico 3, l’andamento di PIL USA e Dow Jones dal 1971 al 2006.
Grafico 1
Grafico 2
 
Grafico 3
Nel primo grafico, quello che riporta l’andmento del Dow Jones e del PIL USA dal 1895 al 2006, notiamo la forte accellerazione che ha avuto la crescita economica USA dal 1971. Questa forte crescita finisce per appiattire il grafico degli anni anteriori.
L’andamento del Dow Jones e del PIL, durante gli anni della crisi del 1929, emergono chiaramente analizzando il grafico 2, che prende in considerazione gli anni dal 1895 al 1954. In questo grafico notiamo che fino ad un certo punto, inizio degli anni venti, PIL USA e Dow Jones hanno una crescita (o decrescita) molto simile, ovviamente non coincidente; successivamente il PIL continua a crescere ed il Dow Jones letteralmente accellera. Fra il 1921 ed il 1928, il PIL USA cresce ad un tasso medio annuo del 5%, pssando dai 73,60 miliradi di dollari del 1921 ai 97,40 miliradi del 1928. Il Dow Jones, invece cresce in maniera spropositata; nel grafico si vede chiaramente questa grande crescita ed il picco del 1929. Tra il 1921 ed il 1928 il Dow Jones cresce del 270%, ossia con una crescita media annua del 39%, ben 8 volte la crescita del PIL.

La caduta ed il riallineamento al Pil era inevitabile; era inevitabile che il valore delle imprese quotate in borsa perdesse quanto aveva sovraccumulato, ossia la crescita artificiale e sproporzionata avutasi in quegli anni.
Il 1971
Nel grafico 3, riportiamo l’andamento del PIL USA e del Dow Jones dal 1971 ad oggi. Prima di proseguire è necessario soffermarsi un attimo ad analizzare gli eventi del 1971. Il 15 agosto del 1971, Richard Nixon, presidente degli Stati Uniti, annuncia la fine della convertibilità in oro del dollaro. Motivo ufficiale di tale decisione: “Evitare che le casse dello stato si svuotassero completamente delle riserve auree”.

Era vero che, nel 1971 e negli anni immediatamente precedenti,  le riserve auree degli USA stessero crollando per il fatto che sempre più istituzioni e personoe chiedevano di convertire i propri dollari in ioro?
E’ vero che le riserve auree degli USA erano dimezzate rispetto al periodo immediatamente seguente la fine della seconda guerra mondiale; infatti, alla fine del 1949 arrivarono a superare 700 milioni di oncie. Ma nel breve periodo, prendendo come riferimento i tre anni precedenti la decisone, le riserve auere si mantengono alquanto stabili, passando dai 296 milioni dell’agosto 1968, ai 295 del luglio 1971, il mese anteriore la decisone. Nei mesi intermedi le riserve auree subiscono prima dei lievi riali, fino ad un massimo di 324 milioni di oncie, per poi scendere al valore appunto dell’agosto del 1968 (Grafico 4).
Grafico 4

Almeno stando all’analisi dei dati delle riserve auree USA dei tre anni anteriori la decisione di inconvertibilità del dollaro, non sembra ci siano stati degli scompensi tali da giustificare un simile provvedimento.
Perché l’inconvertibilità del dollaro?
In realtà – pensiamo adesso, con l’analisi di come è maturata la storia – la misura in oggetto venne dettata dal tentativo di sganciare l’economia dall’economia reale. Il sistema economico ha dei limiti oggettivi, oltre i quali non può andare; ossia la crescita, l’accumulazione capitalistica trova un limite nel numero definito della popolazione mondiale (che rappresenta la domanda massima di beni e servizi) e nel numero anch’esso definito e limitato dei lavoratori, utilizzando i quali è possibile il profitto e quindi l’accumulazione.
Oggi, noi pensiamo che la decisione di abolire la convertibilità in oro del dollaro, sia stata dettata dal tentativo di forzare la crescita economica, svincolandola dal proprio limite naturale. Che significa? Di per se il mercato è limitato, coincidente con la popolazione. Inoltre, occorre considerare che una parte della popolazione non ha la possibilità di accedere al mercato, ad esempio al mercato dell’immobile, dell’appartamento. Coloro che reggono i destini del mondo, hanno pensato che per poter espandere l’economia era necessario permettere l’accesso al mercato anche a coloro che non avevano tale possibilità. In che modo si sarebbe potuto far accedere al mercato a coloro che ne erano impossibilitati? L’accesso al mercato a queste persone sarebbe stato possibile solo prestandogli denaro, ossia attraverso una politica di espansione del credito.
Per poter espandere il credito però, era necessario liberarsi della regola che ancorava la quantità di denaro in circolazione alla quantità di oro.
Con la fine della seconda guerra mondiale e gli accordi di Bretton Woods (vedasi nostro articolo “Il dollaro, l’euro, il petrolio e l’invasione nordamericana“), si stabilì che l’unica moneta convertibile in oro era il dollaro, quindi la quantità di dollari in circolazione doveva essere proporzionata alla quantità di oro in possesso degli USA. Tutte le altre monete erano ancorate al dollaro e dunque si può dire che era impossibile espandere la quantità di monete in circolazione, qualunque essa fosse, senza l’espansione della quantità di oro. Dato che la quantà di oro non era espandibile, perché la produzione mondiale di oro è comunque scarsa, per poter espandere la quantità di denaro in circolazione era necessario eliminare la convertibilità del dollaro in oro. Ed è quello che è stato fatto.
Con la decisione di inconvertibilità del dollaro in oro, il denaro circolante si libera del suo ancoraggio all’oro, quindi si può espandere, creando l’illusione che il sistema possa andare oltre i limiti naturali e crescere all’infinito, appunto con l’espansione all’infinito del credito. Secondo noi, ciò è del tutto falso. L’indebitamento e soprattutto l’indebitamento degli stati, nei prossimi anni determinerà grossi problemi al sistema. Al contrario della teoria, oggi comunemente accettata, secondo la quale l’espansione del debito ha benefici effetti, noi riteniamo che questi effetti benefici sono solamente momentanei e prima o poi, quando i debiti saranno così alti, soprattutto quelli degli stati, il mondo si troverà di fronte a grossi problemi.
Comuqnue, dal 1971 grazie al fatto che il dollaro è svincolato dall’oro, inizia la corsa all’indebitamento degli Stati Uniti e del mondo, che continua ancora oggi. Questo periodo di grande crescita dell’indebitamento, soprattutto degli stati, ha coinciso con la grande crescita economica. Gli economisti cercano di farci credere che la crescita può essere illimitata ed andare avanti all’infinito, ma noi riteniamo che prima o poi il sistema si incepperà.
La prossima crisi
Oggi tutti sono euforici. La borsa di New York e tutte le altre borse del mondo crescono e nessuno si preoccupa di quello che sta per succedere. La crisi è dietro l’angolo; è solo questione di tempo: qualche mese, un anno, forse due; non sappiamo esattamente quando succederà, ma siamo certi che succederà. Prima o poi l’euforia cederà il passo ad una nuova grande depressione perché la crescita economica vissuta a partire del 1971 è una crescita artificiale, creata con il ricorso al debito.
Una volta che il denaro circolante non era più ancorato alla ricchezza reale, cioè all’oro, si è potuta creare una espansione artifíciale mediante l’indebitamento, il ricorso al credito di tutti gli attori, dallo stato, alle famiglie. Gli stati hanno cominciato a presentare bilanci in deficit, coi quali hanno finanziato grandi opere ed hanno consentito l’espansione dello stato assistenziale; denaro statale che ha creato l’illusione di una equa distribuzione tra tutti gli strati sociali, anche di quelli più bassi.
In realtà la gran parte di questo denaro è finito nelle tasche dei grandi imprenditori, dei grandi capitalisti, mentre alla maggioranza sono arrivate le briciole. In questi anni gli stati hanno accumulato deficit di bilancio, addirittura superiori al PIL, come nel caso dell’Italia. Le famiglie, soprattutto quelle USA, sono state fortemente invogliate a far ricorso al credito, non solo per acquistare beni di prima necessità, come l’appartamento, ma anche beni e servizi di cui si sarebbe potuto fare a meno.
Grazie alla possibilità del ricorso al credito, tutti, anche quelli che non erano in possesso della somma di denaro necessaria ad acquistare un determinato bene, hanno potuto acquistarlo. Duqnue, dal 1971 l’economia inizia a crescere fortemente, come si evidenzia nel grafico 1, in virtù del ricorso a questa politica fondata sul debito.
Alan Greenspan e la politica del basso costo del denaro

Non solo si diffonde il ricorso al credito, ma per aumentare la sua diffusione si decide di abbassare ll costo del denaro. Riducendo il costo del denaro, diventa sempre più conveniente il ricorso al debito, ossia prendere in prestito soldi per comprare beni.
Il Signor Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 allo scorso anno, durante tutto il suo mandato ha portato avanti una politica di riduzione del costo del denaro, per poter espandere il ricorso al debito, quindi aumentare i consumi e conseguentemente aumentare la produzione ed i guadagni delle imprese. E’ ciò che possiamo definire crescita artificiale dell’economia.
Il signor Greenspan, in un solo anno, nel 2001, ridusse il costo del denaro dal 6,50% al 2,50%. Chiediamoci: “Di cosa vivono le banche?”. Le banche vivono prestando denaro a cambio di un guadagno, rappresentato dagli interessi. Questo che stiamo per dire è importantissimo per capire perché, anche in presenza della forte crescita del Dow Jones, noi pensiamo che presto l’economia entrarà in un periodo di crisi, di cui nessuno sembra rendersi conto.
Il mercato più grande e importante che esiste è quello degli immobili, degli appartamenti. Essendo gli interessi ormai bassissimi, al fine di aumentare i profitti le banche si stanno dirigendo alle famiglie più povere, con pochi ingressi e con grande probabilità di non poter pagare l’ipoteca. Ossia le banche stanno prestando soldi anche a coloro che hanno grosse probabilità di non poterli restituire. I prezzi degli appartamenti continuano a crescere, esattamente come l’indice Dow Jones, ma dietro l’angolo noi vediamo la possibilità di un grande crollo, che pochi vedono (a titolo di esempio indichiamo un articolo di Etleboro che parla anche di bolle immobiliari) e che potrebbe fare da detonatore per l’innesco di una grande crisi generale. Insomma siamo convinti che l’euforia di oggi, per il record del Dow Jones a 14.164,53 presto, molto presto, cederà il passo ad una grande depressione.
Dunque, tutto il sistema è cresciuto artificialmente, quindi anche il Dow Jones dal 1971 in poi ha sperimentato crescite artifciali. Il Dow Jones periodicamente sperimenta delle cadute che tendono a riallinearlo alla crescita dell’economia, che di per se è cresciuta artificialmnte, come visto, con la creazione del debito.
Alla fine degli anni settanta, il Dow Jones sperimenta una prima caduta che lo riporta ai livelli di inizio decennio, quando è cominciata la forte crescita artificale. Nel 1970, il Dow Jones aveva chiuso l’anno a 838,92; nel 1981, chiude l’anno a 875,00, praticamente sugli stessi livelli del 1970.
In quest’ultimo quarto di secolo, fra il 1981 ed il 2006, il Dow Jones è cresciuto del 1.324%, passando dagli 875,00 punti di fine 1981, ai 12.463,15 punti della fine del 2006, ossia ha avuto una crescita media annua del 53%. Ed è continuato a crescere anche nel 2007 e potrebbe continuare a crescere ancora. Più grande sarà la crescita, più catastrofica sarà la caduta.
Il PIL USA, ossia l’economia reale, di per se creciuta artificialemente, nello stesso periodo cresce del 329%, passando dal 3.126,80 miliardi di dollari del 1981 ai 13.398,90 miliardi dello scorso anno. La crescita media annua dell’economia USA è stata del 13%, di per se è sopravvalutata. Il Dow Jones, nello stesso periodo, è cresciuto ad un ritmo quattro volte superiore alla crescita dell’economia.
Noi, non solo pensiamo che presto il sistema andrà incontro ad una grave crisi economica, che potrebbe avere per detonatore il settore immobiliare, ma aggiungiamo che la crisi sarà così profonda da passare alla storia: la prossima crisi sarà cosi disastrosa da riportare il Dow Jones, oggi ai massimi storici, come nel 1929, al valore che aveva un quarto di secolo fa.
Perchè la crisi?
Per chiudere, è necessario aggiungere che tutto il discorso fin qui svolto attorno al credito ed agli indici, PIL e Dow Jones, in realtà non rappresenta la causa della crisi, ma la conseguenza. La causa di una crisi economica è da ricercare nella caduta del saggio di profitto.
L’analisi approfondita dei dati economici degli Stati Uniti (consultabili on line nel sito del BEA, Dipartimento del Commercio USA, che pubblica i dati trimestrali e annuali, relativi al PIL, al reddito nazionale e al reddito da lavoro dipendente che servono per calcolare il saggio di profitto) ci dice che sul lungo periodo, dal 1929 ad oggi, è in atto una inequivocabile tendeza alla caduta del saggio di profitto e sul breve periodo, nei primi due trimestri di quest’anno c’è stata l’inversione di tendenza rispetto ai trimestri anteriori. Nel primo trimestre di quest’anno, dopo 15 trimestri di crescita continua (con l’unica eccezione del terzo trimestre del 2005) la caduta del saggio di profitto in USA è stata dell’1,59% rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente; nel secondo trimestre di quest’anno il saggio di profitto è caduto dell’1,65% rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente. Questi dati sono stati da noi calcolati sulla base dei dati trimestrali del PIL, del reddito nazionale e del reddito da lavoro dipendente pubblicati, appunto dal BEA. Il Saggio di Profitto (Sp) è dato dalla formula Sp=PV/(CC+CV), dove PV indica il profitto, ricavato sottraendo il Capitale variabile  (CV),  corrispondente ai dati BEA del Compensation of employees, al Reddito Nazionale, i dati BEA del National Income; il capitale costante (CC) è ricavato sottraendo il Reddito Nazionale (National Income) al PIL (GDP). Infine il saggio di profitto trimestrale è messo in relazione col relativo trimestre dell’anno precedente.

Inoltre, aggiungiamo che in virtù della caduta del saggio di profitto, si sta determinando la fuga di capitali dal settore produttivo. Anche per questo fenomeno riscontriamo una tendenza inequivocabile. Il capitale quando vede che i saggi di profitto nel settore produttivo non sono all’altezza delle proprie aspettative cerca nueve vie per mantenere i saggi di profitto precedentemente raggiunti.
Per noi è chiarissima la tendenza in atto del capitale mondiale ed in particolare occidentale e statunitense, che da un lato si sta dirigendo verso la “speculazione” e dall’altro verso paesi che garantiscono maggiori tassi di profitto. Nel 2006 il capitale che si è diretto verso i contratti aventi per oggetto titoli derivati, ossia la speculazione pura, al 31 dicembre era equivalente ad oltre 414.000 miliardi di dollari, oltre 8 volte il PIL mondiale. Alla fine dell’anno precedente i contratti che avevano per oggetto titoli derivati ammontavano a poco meno di 300.000 miliardi, equivalente a 6 volte il PIL mondiale. I dati, qui indicati, relativi ai derivanti sono di fonte BIS, Banca Internazionale per gli investimenti.

E’ chiaramente in atto un aumento della fuga di capitali dal settore produttivo alla speculazione e riteniamo che questa tendenza si accentuerà nei prossimi anni, con il profondizzarsi della crisi.

Parimenti è in atto un aumento degli investimenti all’estero di capitali occidentali ed in particolare USA, verso paesi e territori che garantiscono profitti decisamente più alti rispetto a quelli che può offire il settore produttivo occidentale ed in particolare USA.
Nei prossimi mesi, quando avremo ulteriori dati, in particolare quelli relativi alla fine di questo “euforico” anno che si avvia verso la chiusura, torneremo su questi temi.
Oggi, tutti sono euforici per il massimo storico raggiunto dal Dow Jones, ma presto si sveglieranno e si ritroveranno immersi in una profonda crisi economica che noi prevediamo possa essere una delle più grandi crisi di ristrutturazione o meglio di reubicazione del capitale.
Attilio Folliero, Caracas 10/10/2007
____________
Nota: la pubblicazione dell’articolo in questo spazio ha permesso di correggere piccoli errori materiali ed ortografici che non alterano il testo della pubblicazione originale. Con la supervisione dell’economista venezuelana Cecilia Laya. Attilio Folliero – Caracas 26/03/2011

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