Libia: Teatro Occidentale dell’Assurdo

Tito Pulsinelli, 18/07/2011

L’Occidente dice che abbisogna di pochi guerrieri per le sue tecno-armate, però ha una necessità spasmodica di arruolare spettatori, tifosi attivi o passivi, fruitori ingordi della narrazione delle sue guerre pedagogiche. Nella prima campagna contro l’Iraq ipnotizzarono le folle planetarie con un videogioco di ottima fattura, che inchiodò alle poltrone la multitudine, in estasi per la prima guerra umanitaria della storia. Nei Balcani, la NATO riuscì a sfornare un prodotto multimediale che seppe credibilmente rieditare una versione dell’Esodo biblico degli albanesi, vittime inermi d’un immondo Erode serbo.


Con la Libia, la NATO non mostra un sufficiente rispetto per la platea occidentale, cui sciorina un prodotto che risente di una sceneggiatura improvvisata e incoerente, impossibile da inserire nel circuito della grande distribuzione. Non è un videogioco, non è un reality show, nè si modella sugli stilemi di un amarcord cari ai collaudati cineoperatori dell’istituto Luce. Non basta lo spontaneismo arruffone di freelance dilettanti, degradati a fotografi di sposalizi. Così è proprio difficile evitare la diserzione della platea o la noia degli spettatori potenzialmente solidali. Non è esportazione di democrazia, nemmeno guerra terapeutica umanitaria, nè epopea delle arti marziali occidentali. Che cos’è? La “Marcia sui Giacimenti?” No, questo non si può dire, perchè l’Occidente si vota nobilmente alla “cura dei mali del mondo”, e trascende ogni volgare materialismo decadente.  

Era cominciato tutto a febbraio, con il comico ministro degli esteri britannico che annunciò al mondo la fuga di Gheddafi in Venezuela. Era solo il debutto. Da allora, molta sabbia è volata nel deserto.  Hanno esaurito lo stock di missili, i capi delle armate occidentali si sono pubblicamente lamentati: non ci sarebbero più soldi per continuare l’avventura. I capi politici anglosax rinfacciano -in TV- la taccagneria dei loro recalcitranti colleghi europei. Rasmussen, il vichingo capo della NATO, continua imperterrito a ribadire che “Gheddafi è finito–Gheddafi abbandonato da tutti-Gheddafi non ha futuro-deve mollare-partita chiusa”. Forse sono dichiarazioni pre-registrate in studio, mai più attualizate. Oppure è un sosia replicante che ignora le smentite provenienti dagli accadimenti reali nella Libia reale.


Da qualche giorno, la moglie di Clinton dice (con più precauzione): “non sappiamo la data della cacciata di Gheddafi, ma no vi è alcun dubbio che è finito”. Il primo luglio, infatti, un milione di libici si è riversato nelle strade di Tripoli per protestare contro le bombe della NATO. Non contro Gheddafi.
Napoleon Sarkozy comincia a rendersi conto che gli sciagurati “ribelli” di Bengasi hanno una eterea credibilità politico-militare, neppur lontanamente paragonabile a quella già lugubre dei narcos-trafficanti Kosovari dell’UCK. Reuters e AP mostrano filmati in cui l’Armata Brancaleone di Bengasi, sempre appostata lungo strade che attraversano il deserto, fuori dai centri abitati, fa fuoco ad alzo zero sul nulla. Sullo sfondo, lontane chilometri, sempre sono visibili colonne di fumo nero, prodotte dai bombardamenti della NATO. I guerrieri alati sono soli, a terra solo comparse in cerca di oportunity-photo per telegiornali ed agenzie.

Il teatro dell’assurdo occidentale, però, ha molti colpi di scena in canna. Ricordate Bush quando atterrò su una portaerei all’ancora sul bagnasciuga californiano? Travestito da pilota, dichiarò “Missione compiuta!”, giustizia è fatta. Era il primo maggio del 2003. Sono ancora lì, scornacchiati da chi non può impedire le distruzioni, ma dimostra che sa  negare la vittoria piena, reale e cristallina agli invasori. Sarkozy ed anglosax rischiano lo stesso epilogo: quattro mesi addietro proclamarono la distruzione dell’80% della macchina bellica del feroce “tiranno” tripolino. 

Non è bastato creare fittiziamente un governo pret-a-porter a Bengasi, somministrare fondi stornati dai depositi della Banca centrale libica, nè paracadutare armi pesanti che i compari in loco non sanno come usare. Insufficiente pure l’aver trasformato la NATO in aviazione dei Bengasini. Costoro, sfrontati, dicono apertamente che i loro committenti sono avari, promettono e non mantengono, e che… si diano una mossa. Come da contratto, esigono un governo-chiavi-in-mano, come condizione per firmare a Tripoli i protocolli per la cessione definitiva dei giacimenti, a cambio d’un modesto e patriottico 3% (per la nomenklatura dei “ribelli”). Il sanguinario Gheddafi, invece, esige il 50% di tasse alle multinazionali.

Si avvicina il Ramadan, che farà la NATO? Sfiderà sentimenti ed usanze religiose delle genti libiche, scavando un fossato di odio ancor più incolmamibile? Tranquilli, s’avanza guardinga la dinamica coppia Frattini-LaRussa, e tesserà una machiavellica mediazione diplomatica. Ramadan part time: bombardamenti diurni, tregua notturna. O viceversa. Dal suo lato, la cupola dei Paesi civilizzati –vali a dire occidentali- ha deciso di prevelevare 2 miliardi di dollari dal bottino dei 250 dei fondi sovrani della Libia “congelati”, e di consegnarli ai separatisti di Bengasi, affinchè possano celebrare degnamente il Ramadan. Ovviamente, dopo averli unti del legale riconoscimento “diplomatico” di rigore. Troppo umani, troppa sensibilità. 

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