Libia: Crimini di guerra NATO

di Marinella Correggia – da Tripoli, 18 agosto 2011


Fonte: Cadoinpiedi

L’intervento militare si basa su una serie di menzogne e omissioni. I media internazionali sono stati i primi ad alimentare la disinformazione. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti Nato? E la popolazione libica quanto patisce le conseguenze del conflitto?
Nel video parla Marinella Correggia



La Nato dichiara “significativi progressi” nella guerra in Libia, soprattutto nel nord ovest del Paese. Intanto, però, il Consiglio Nazionale di transizione, con sede a Bengasi, non riesce ad avere un’azione amministrativa “efficace” nelle regioni conquistate. Centinaia le vittime civili prodotte dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica, mentre le città sono sotto assedio e la popolazione vive condizioni di estremo disagio.


Hai scritto che la Guerra in Libia è “la madre di tutte le bugie”. Perché? Quali sono le reali ragioni che stanno dietro all’intervento militare?


“Questa che è la quinta guerra combattuta dall’Italia in venti anni, contro un Paese che non ci ha aggrediti,raggiunge il top quanto a propaganda e disinformazione, impiegate in abbondanza per giustificare, per spacciare come umanitario un intervento che ha ragioni geostrategiche e che peraltro per l’Italia è sicuramente un danno. Già nelle guerre precedenti contro l’Iraq, l’ Afghanistan e il Kosovo, le bugie, le menzogne di guerra, la propaganda hanno fatto una parte da leone, però questa volta di più. In realtà sono stati i media a cominciare e tra questi, anche media in precedenza più indipendenti come Al jazeera che però evidentemente hanno conosciuto un percorso a ritroso quanto a libertà di informazione.

Questi media internazionali, sin dall’inizio degli eventi in Libia e quindi delle manifestazioni che sono subito diventate armate, hanno cominciato a disinformare, come poi è stato verificato, e purtroppo come si sa le smentite non hanno mai spazio. Tutto parte in realtà da un ballon d’essai secondo me, la madre di tutte le bugie come l’ho chiamata, un twitter della tv saudita e quindi della monarchia saudita, Al Arabiya che sparava questa cifra già il 23 febbraio: 10 mila morti sotto i colpi dei miliziani di Gheddafi. Tra parentesi c’è anche un fatto terminologico perché in questa guerra l’esercito libico è sempre chiamato “insieme di miliziani, miliziani di Gheddafi, mercenari, cecchini” mentre gli altri sono i combattenti per la libertà. Appunto questo twitter lanciava 10 mila morti e 50 mila feriti. La fonte del messaggio era un tale Sayed Al Shanuka che parlava da Parigi e diceva di essere rappresentante della Corte Penale internazionale e quindi senza prove video o fotografie il rappresentante sedicente della Corte lancia questa cifra. Il twitter di Al Arabiya fa il giro del mondo e da lì parte tutto tant’è che si arriva al Consiglio di Sicurezza dell’Onu senza mandare nel Paese una missione di verifica delle Nazioni Unite come chiedeva lo stesso governo libico. Il giorno dopo la Corte penale dice che Sayed Al Shanuka non è affatto un proprio rappresentante, dunque se la fonte era sbagliata, sarebbe stato logico verificare la cifra. Tuttavia tutto è andato avanti, si è cominciato a parlare di fosse comunisalvo poi anche lì verificare che il famoso cimitero in riva al mare non era un fossa comune ma un normale cimitero e il video si riferiva a mesi prima. Si è parlato di bombardamenti sui quartieri di Tripoli, io sono stata a Tripoli e anche i migranti che sono rimasti lì, che non hanno quindi nessun particolare ruolo governativo né di altro genere, mi hanno detto che non c’è mai stato nessun bombardamento dell’esercito libico su Tripoli, i bombardamenti sono quelli della nato e stanno facendo danni incalcolabili. Quindi tutto è iniziato in questo modo e poi è andato avanti. Dopodichè dopo alcuni mesi la stessa Corte penale internazionale, pur avendo incriminato Gheddafi, parla di 200 morti negli scontri iniziali compresi i pro governativi, quindi non 10 mila morti e 50 mila feriti, una cosa nazista praticamente, ma 200 da entrambe le parti.”


Per giustificare la guerra, si era parlato di migliaia di vittime del regime di Gheddafi. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti NATO? Quanto la popolazione libica patisce questa situazione? 

“Si infatti, la Nato sta inanellando una serie di crimini di guerra come abbiamo già visto nelle guerre precedenti. Si è resa responsabile di stragi di civili: pochi giorni fa nel villaggio di Majar, vicino Zliten, sono stati mostrati i cadaveri di persone che non erano certo morte di polmonite e non erano soldati, ma donne e bambini e anche anziani, 85 morti. La Nato ha detto che queste case di campagna che erano state colpite nascondevano l’esercito libico, anzi come dice la nato “i miliziani di Gheddafi”, ma queste persone non erano militari, le case distrutte erano piene di oggetti della vita quotidiana e comunque come dice un avvocato italiano, Claudio Giangiacomo dell’Associazione Ialana, anche colpire l’esercito libico se non sta aggredendo delle città, come in questo caso, sarebbe illegale. Ma soffermiamoci sui civili che la Nato dovrebbe proteggere, sono surreali le conferenze stampa della Nato, suggerisco di guardarne qualcuna, questi civili sono ammazzati, feriti… Mentre ero a Tripoli, ho incontrato anche una donna superstite di una famiglia nel quartiere Al Arada, colpito dai bombardamenti. E poi ci sono i danni collaterali. Centinaia di miglialia di migranti che sono dovuti tornare nei loro paesi. Ho parlato con un ragazzo del Niger, che è rimasto in Libia, ma mi ha riferito che è devastante quello che sta succedendo in Niger, un paese poverissimo che adesso si deve far carico di decine di migliaia di famiglie tornate lì. Ci sono famiglie spostate dalle zone di conflitto, ho parlato anche con degli sfollati libici, che da Misurata la famosa città sotto assedio, si sono rifugiati a Tripoli. Mi hanno raccontato che sono i ribelli ad andare in giro per le case ad ammazzare le persone e tutto quanto. Tripoli è sotto assedio, quindi una città con milioni di abitanti adesso si trova ad avere tagliati gli approvvigionamenti di gas, di benzina tra un po’ anche di scorte alimentari. Questo perché con il blocco navale, con le condutture che sono state tagliate dai ribelli, l’unica via di approvvigionamento per gli alimentari erano i camion dalla Tunisia ma adesso anche in quella zona ci sono scontri. Poi per quanto riguarda i carburanti, che servono anche per far funzionare i frigoriferi e e le cucine, c’era un’unica raffineria ormai che non era tagliata fuori a Zawia ma anche lì i ribelli sono avanzati, quindi probabilmente anche questa via di approvvigionamento per Tripoli sarà interrotta. Con le navi non arriva qusi nulla perché, anche se il materiale civile potrebbe passare, il comitato per le sanzioni dell’Onu ritarda, come succedeva anche per l’Iraq, i permessi e quindi di fatto Tripoli è una città che vogliono prendere per fame.”

I migranti stanno subendo forse più di altri le conseguenze del conflitto…

Molti sono andati via perché le aziende hanno chiuso. Questo ragazzo del Niger, ad esempio, lavorava per i cinesi e loro sono partiti tutti. Adesso lui si arrangia un po’ con dei lavoretti. È molto interessante quello che dicono. Oltre a confermare che non ci sono stati i famosi attacchi indiscriminati ai civili che sarebbero stati la causa dell’intervento della Nato, dipingono il quadro di una Libia sotto assedio in cui si attenta ai beni necessari alla vita quotidiana. 



Due donne parlavano di fronte alla chiesa che è il punto dove si ritrovano i migranti, perché non ci sono libici cattolici ma ci sono molti migranti dalle Filippine, dall’Africa. Due donne del Ghana e del Togo parlavano tra di loro e dicevano “Adesso la Libia è diventata come l’Africa. Anche qua non c’è nemmeno l’elettricità. Dove andiamo?” e poi ho parlato con un pakistano che vendeva delle croci davanti alla chiesa. È lì da ventun’anni e mi ha detto “ma se arrivano i ribelli”- che tra l’altro si sono dimostrati parecchio razzisti – “io dove vado? Se torno in Pakistan la nostra vita è in pericolo”. In effetti in Pakistan i cristiani sono messi molto male. Quindi, e questo va detto, il Governo libico ha sempre protetto le altre religioni. I migranti africani comunque avevano lì una situazione di lavoro e anche abitativa e di permessi buona. Chi è in Libia non in transito ma per lavoro non si deve nascondere come i clandestini in Italia. Può rimanere, non viene espulso. Quindi il fatto di avere costretto i bengalesi, le persone Bangladesh a ritornare a migliaia nel loro Paese, è un danno collaterale enorme: il Bangladesh è un paese poverissimo. Poi ho incontrato anche le famiglie degli sfollati da Misurata, da Brega, da Tobruk. Quindi dall’Est, da Bengasi. Persone che avevano una casa ed una vita normale che adesso vivono nei container lasciati liberi dai cinesi alle porte di Tripoli. Persone che vivono accampate lì che non sanno quando torneranno perché nell’Est la situazione non è affatto tranquilla per chi non è dalla parte dei ribelli. Quindi ecco c’è una situazione umana devastante. Così come per le altre guerre è sempre angosciante chiedersi che fare. Chi è contro la guerra e ne conosce gli effetti si chiede come può impegnarsi. Come rete “No war”, un piccolo gruppo pacifista italiano, abbiamo iniziato una campagna alla quale tutti possono aderire mandando una mail non al nostro Governo, alla Francia, agli Stati Uniti ma ai membri non belligeranti del consiglio di Sicurezza. Il Consiglio di sicurezza ha quindici membri, tra permanenti e non permanenti, dodici non partecipano a questa guerra. Ci sono Russia, Cina che hanno diritto di veto, India, Brasile, Sud Africa, dei Paesi molto importanti. Possiamo noi fare appello a loro affinché isolino i Paesi belligeranti, nel caso del Consiglio di sicurezza sono Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, perché Cina e Russia pongano il veto a Settembre, affinché decada il mandato della Nato, braccio armato dell’Onu come non dovrebbe essere. Se volete sapere di più su questo appello basta andare su questo sito www.interculture.it/libia. E lì trovate l’appello e anche le mail a cui mandarlo”.

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